dna

ebbro, mi libro, libero, dal mio labbro.
mi seguo con lo sguardo lungo la semplice parabola poco scostata dal vento, del mio sputo dal dirupo. eccomi, riflesso nel mio umore in abbandono alla gravità. sulla sua superficie cangiante mi saluto da lontano, sparso per kilometri d’aria sparsa. l’aria a sostenerlo, l’aria a rigettarlo nell’istante del distacco. ti lascio, me. e ti lascio quel poco di me che ti necessita a non tornare.
quante volte mi hai lasciato, me? mi hai lasciato continuare per la mia via, mentre rimanevi impigliato su un pettine, una forchetta, un treno, un ponte, un’unghia, un’onda, un lenzuolo, una corda, un fiore, un tacco, una porta, un pennello, una foto. sei rimasto così com’eri là dove ci siamo lasciati, e chissà come sei cambiato.
intanto mi ricordo di ricordare, ogni tanto.
e se mi volto non mi riconosco.
riparto. ed è tutto ciò che avevo previsto.

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hug

un vizio è un vizio se è abituale. ma se si ripete ogni tanto?
uno sfizio forse.
un dazio, un po’ d’ozio, un po’ di ratio, una specie di comizio, o forse è solo che non sono mai sazio.
cerco di continuo. corro, Forrest, corro. vado e torno. torno e non dormo, a cercare di capire cosa sia mutato col tempo muto. se qualcosa è mai cambiato.
registro il mio lieve passaggio senza pretese. il vento, il mare, la pioggia, il sole cancelleranno le mie orme e le tue. alla stessa maniera. certo, sarà più impegnativo per quelle di chi è più pesante.
continuo a sognare leggerezza, confidenza col vento, con l’invisibile.
sperimento il distacco e l’abbandono. la conquista e la tecnica. il crampo e la trance.
il campo bianco mi restituisce coscienza. sorrido di me, e cercandomi tra le nuvole disegno il movimento delle mie braccia nella neve.
sulla sabbia.
nella nebbia.

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