raggio di sole

sole, mi potresti rendere per favore un po’ più solare?
la tua luce ha colpito la luna, inerme, e da lì i suoi seni tra le ombre degli alberi, e da lì le mie pupille aperte a dismisura. mi hai fatto male, sole, verso le 3, e ancora ho negli occhi incise le cicatrici del tuo insensibile gioco a più sponde.
carambola nella testa un giro vorticoso di sfere più o meno pesanti.
sole, rendimi leggero, bruciami la pelle affinché più visibile sia il mio sorriso poco frequente. riscaldami col tuo sguardo insostenibile, infondimi la forza che sempre più spesso ignoro, cercando l’assenza di sforzo. fai un falò dei miei pensieri e pure delle percezioni, ché voglio essere come te. o come un tuo singolo raggio. semplice, lineare, previsto e prevedibile. magari un raggio diretto in mezzo al mare. ma anche se dovessi perdermi sulla faccia superiore di una nuvola, non avrei di che sgocciolare. anzi, sarei anche interessato a disperdermi per anni luce per la via lattea. son sicuro che non chiederei indicazioni per trovare la strada del ritorno, non ho mai saputo ancorarmi al passato.
sole, mostrami la direzione per 360 gradi di luce. spogliami di ogni ombra, rendimi un poco di pace.


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sogno

ho iniziato a scavare una buca nel mare. sto scavando e continuo a scavare.
mi hanno chiesto ragione ma io non la trovo. scavo sale e solo sale io scovo.
mi han chiesto se è il cuore. chi mi ha fatto del male. ma da dove proviene non lo riesco a spiegare.
so soltanto che mi alzo ed è il primo pensiero, mi tuffo convinto, senza far colazione.
scavo tutto il dì ed a sera ritorno, con la pelle salata e una pietra colorata.
qualche giorno tiro fuori una conchiglia, un fossile, una perla, ho anche una biglia.
per lo più son solo detriti, pezzi di roccia più duri di me.
poco a poco si accumulano intorno, spuntano tra le onde già da qualche giorno.
rocce tirate via dalla roccia, mare strappato via goccia a goccia.
ogni tanto qualcuna ricade giù quando il mare si muove di più,
ma il cumulo è solido già all’inverno, sembra un’isola cresciutami intorno.
sono ormai monti, cresciuti da zero, più scavo e più mi sento al sicuro.
più scendo a fondo e più la roccia è pura, le cime nuove sembrano quasi mura.
della mia isola si comincia a parlare e ogni tanto mi si viene a trovare.
è curioso per gli altri che non mi voglia fermare, non si spiegano chi o cosa me lo voglia far fare.
per qualcuno son pazzo, per altri un illuso, per qualcuno un artista, per altri narciso.
li attira la luce delle cime dei monti, ma appena entrati si sentono impotenti.
forse è paura, o claustrofobia, nessuno ancora si è immerso in mia compagnia.
rimangono seduti a guardare il cielo, sfiorando col piede l’acqua, non senza zelo.
a volte una mano, dentro un braccio, per poi risalire senza neanche un bacio.
ora l’acqua sembra calda qui sotto, forse sto scavando un po’ troppo.
una donna intanto si è immersa, mi ha seguito in apnea ed è scomparsa.
alla fine è il profondo che infonde timore al mondo.
il calore che aumenta sul fondo mi spinge a continuare scavando,
ed è quello che voglio fare, a costo di non riuscire a tornare.
il rischio esiste di non veder più la luce, ma forse qui potrei trovar la mia pace.
da un po’ la roccia qui sotto mi appare colorata, direi quasi illuminata.
forse sono stanco, forse dovrei riposare. sono già un vecchio qui in mezzo al mare.
eppure quaggiù ci vedo bene e scendere mi solleva dalle mie vecchie pene.
da qualche giorno poi si è aperta una falla, viene su talvolta una bolla.
è diventata una colonna di gas naturale, sarà salutare, o forse è letale.
alla fine ho deciso: ci provo. inspiro, espiro, e tutto già sembra nuovo.
non so cosa sia, mi fa respirare, non devo e non voglio risalire.
qualcuno si è chiesto dove sono finito, son venuti a cercarmi come fossi un bandito.
in realtà mi sospettavano morto, e salutandoli ho causato un infarto.
increduli hanno analizzato le cose, ma sono tornati solo dopo qualche mese.
forse qualcuno se l’è riuscito a spiegare, visto che le visite continuano ad aumentare.
vengono curiosi, ingenui e disperati, vengono folli e vanno via dannati.
dico sempre di scavare a chi piace, ché io nel mio profondo ho trovato pace.
in fondo spero che qualcuno abbia già cominciato, che spunti quaggiù nel mio vicinato,
per ritrovarci vicini a due passi dalla verità, ché con un passo l’abbracceremo e, nostra, ci abbraccerà.

rotte silenti

navigo.
ho lasciato la riva già da tempo. e già dal vento ti ho sognata america. ti ho lasciata entrare lungo le narici, giù a riempire i polmoni gonfi al limite. a pervadere ogni goccia di sangue che mi gira intorno al cuore. dagli alluci alle orecchie sei dentro le mie vene. lungo le vie centrali non si sente che il tuo nome, in periferia tutto ti appartiene. hai invaso le mie cellule come un’armata rossa su un viale di petali rossi. come acque limpide su un letto di cocci colorati. hai riempito i miei pensieri di stelle nella notte e di albe fresche in fresche mattine d’estate.
ti sento.
mi circondi di venti carichi di vita, pollini, essenze. stupefatto mi abbandono alle correnti, alzo le vele e mollo il timone.
vago per le vaghe vie di un mare dolce. coscientemente incosciente. pazientemente allucinato.
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dna

ebbro, mi libro, libero, dal mio labbro.
mi seguo con lo sguardo lungo la semplice parabola poco scostata dal vento, del mio sputo dal dirupo. eccomi, riflesso nel mio umore in abbandono alla gravità. sulla sua superficie cangiante mi saluto da lontano, sparso per kilometri d’aria sparsa. l’aria a sostenerlo, l’aria a rigettarlo nell’istante del distacco. ti lascio, me. e ti lascio quel poco di me che ti necessita a non tornare.
quante volte mi hai lasciato, me? mi hai lasciato continuare per la mia via, mentre rimanevi impigliato su un pettine, una forchetta, un treno, un ponte, un’unghia, un’onda, un lenzuolo, una corda, un fiore, un tacco, una porta, un pennello, una foto. sei rimasto così com’eri là dove ci siamo lasciati, e chissà come sei cambiato.
intanto mi ricordo di ricordare, ogni tanto.
e se mi volto non mi riconosco.
riparto. ed è tutto ciò che avevo previsto.

hug

un vizio è un vizio se è abituale. ma se si ripete ogni tanto?
uno sfizio forse.
un dazio, un po’ d’ozio, un po’ di ratio, una specie di comizio, o forse è solo che non sono mai sazio.
cerco di continuo. corro, Forrest, corro. vado e torno. torno e non dormo, a cercare di capire cosa sia mutato col tempo muto. se qualcosa è mai cambiato.
registro il mio lieve passaggio senza pretese. il vento, il mare, la pioggia, il sole cancelleranno le mie orme e le tue. alla stessa maniera. certo, sarà più impegnativo per quelle di chi è più pesante.
continuo a sognare leggerezza, confidenza col vento, con l’invisibile.
sperimento il distacco e l’abbandono. la conquista e la tecnica. il crampo e la trance.
il campo bianco mi restituisce coscienza. sorrido di me, e cercandomi tra le nuvole disegno il movimento delle mie braccia nella neve.
sulla sabbia.
nella nebbia.

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