volevo essere un limone

a fine luglio cadono i limoni.
li sento posarsi al suolo dopo due o tre rimbalzi, a volte con un colpo solo, secco, letale. trovano pace a intervalli irregolari, l’uno è più o meno lunatico dell’altro. ma cadono ad ogni ora. di giorno, di notte e pure mentre il sole si alza o cade anche lui.
si rincorrono nel cadere o si sfidano a chi dura di più.
qualcuno rotola disperato, senza pace. qualcuno si schianta violentemente rendendo acida la propria ombra e dolce il passaggio di una carovana di formiche. forse su questa terra una pianta nuova vedrà la luce, magari a marzo. e di nuovo giallo si coloreranno gli occhi di chi passa.
a fine luglio cadono i limoni. un po’ come i frutti umani. e un giorno di fine luglio forse, cadrò, come un limone maturo forse, forse acerbo, chissà, succulento o secco, giallo limone, acceso od opaco e triste.
invidio quei limoni, che anche da caduti germoglieranno di nuova vita. il mio tempo cadrà con me. il mio tempo non è un limone.

[ Limoni sull'orlo di una crisi di nervi - Lemons on the verge of a nervous breakdown ] DSC_0847.4.jinkoll

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liquido

piove, che è quasi giugno.
piove lento e uniforme.
se non fosse così vicino e avvolgente potrebbe essere un ruscello lontano. l’acqua che cade ha l’odore della tregua, dell’inevitabile. per un certo senso di simpatia cadono anche le membra e per il solito concetto opposto mi ritrovo a lasciar cadere e scorrere i pensieri. i progetti e le idee se ne vanno dritti nel vuoto sottostante, tutti insieme, più come il ruscello, loro.
e ancora una volta è liquido il fluire di me, ed è ancora una volta l’acqua a farsi sangue dentro i miei muscoli messi ora in moto. forse liquida è anche la volontà, e l’abbandono non può non essere liquido.
continuo, lento e uniforme a piovere gocce di desideri, titanicamente attaccato al tempo, disperato nella ricerca di un gancetto fissato al vento, a questo od al prossimo.

attesa

ti sento nella voce lontana del vento prima di raggiungere il noce.
ti vedo, dietro le foglie tra le curve delle nuvole a far concorrenza alla luna.
ti cerco nella rugiada che mi lascio stillare mentre ancora cantano le rane.
ti trovo, nella certezza di non aver bisogno di un led, sorride meglio l’inchiostro alla luce delle galassie arancioni schizzate tra le rughe di questa terra vecchia. alberi vecchi, foglie giovani disseminate su asfalto e su erba verde. un dolce contrasto tra il minimo che voglio intorno e l’incomprensibile complessità delle direzioni in cui crescono le braccia di una piccola pianta. ti proietto ancora in visioni altre di me, in moltiplicazioni di ipotesi e situazioni. ti butto nella carezza di una lingua fredda che questa brezza ogni tanto mi concede. ti sorrido per la prima volta in autunno. ti sfioro con l’idea di non dover durare più di quanto posso. ripasserai. e che te lo dico a fare, io sarò qui.

warm me up, lap

corro quasi al tramonto.
primo giro di campo, secondo lato piccolo, appena volto l’angolo mi ritrovo davanti un cielo così rosa che quasi mi fermo. il sole è lì lì per scomparire. non me lo voglio perdere, ma non mi voglio fermare. corro più veloce, anche se sono ancora freddo.
arrivo di nuovo al corner ed è già più basso, coperto per più di metà dalle colline. rallento per tutta la lunghezza del lato piccolo fin tanto che ce l’ho ancora davanti, poi riprendo a volare. so che non ce la farò.
al terzo passaggio alzo lo sguardo ed è scomparso. sì, lo sapevo, ma è un tuffo al cuore lo stesso. vado avanti cercando di non perdermi almeno il crepuscolo, che è una mistura di blu scuro e rosa purpureo che mi starà già dipingendo il volto e le ginocchia nude. si imprime sulle retine oltre le pupille e anche se è durato poco non me lo scorderò nemmeno all’ultimo giro, né quando tornerò a correre, né il giorno in cui smetterò di farlo.
corro dopo il tramonto e ad ogni giro veloce mi sembra di rincorrere il ricordo del colore del tuo sorriso. nemmeno una goccia di sudore, nemmeno un po’ di polvere su per le narici, che già si è nascosto dietro quei capelli anch’essi sorridenti. anch’essi nascosti. corro.

giallo acceso su verde oscuro

in un angolo della siepe tetra, folta, prepotente, dura. dura ancora il respiro di un passante fiore giallo dai petali appuntiti. non è delicato nemmeno quello, ma non ci vuole molto a riconoscerlo bello. eppure la polvere, la rupe, la pietra e le spine intorno possono soffocare ogni sfogo di luce. ma è là, senza un campo perfettamente curato a far da cornice. né un vaso della dinastia dei ming a contenere la sua agonia. né una festa di fiori colorati a distrarlo quando è triste. senza nemmeno un mare azzurro oltre il dirupo, almeno in lontananza. no. il più brutto dei pendii di colline aride e oscure.
eppure. sopravvive.
gli insetti si fermano tutti per un attimo e vanno. faide di ratti lo sfiorano e gli lasciano ogni tanto uno sguardo silenzioso di rispetto. forse ammirazione. forse un riflesso di speranza.
a sera quando chiude i suoi petali sogna il suo polline spargersi per primavere lontane. una lacrima dolce li sigilla. fino alla prossima mattina.

assicurazione d’amore

cara, ma che t’importa di quante donne ho avuto prima di te. di quanto è durata, di come è andata anche la storia più veloce di un caffè. non chiederti quale sia il mio tipo o il mio ideale, se mi piace bionda, nera o mediorientale, se preferisco la secca, la tonda o la mediana centrale. non domandarti se sono già passato per il letto della vicina, o se il mio letto lo conosce la tua amica, la collega o magari tua cugina. non cercare nei miei occhi il ricordo di un’altra, magari di quella porca, della timida o di quella più scaltra. non pensare che abbia bisogno di guardami intorno, di cercare nuovi fiori ora ch’è finito l’inverno. e non aver paura della donna più intelligente, né della più bella, della più sensibile, o di quella simpaticamente impertinente.
cara, non ti devi preoccupare appena passa un’altra gonna, ché se sto con te è perché tu sei la mia donna. se tu non mi bastassi starei da solo, sarei sparito, già da un pezzo avrei spiccato il volo. se non mi sentissi da te compreso, amato e sedotto, già alle prime corna avremmo definitivamente rotto. e poi lo sai, son musico, sono un artista, sono sensibile alla bellezza, sia all’udito che alla vista. be’, il tatto, l’olfatto e il gusto sono anch’essi dei grandi sensi, credo che la vita deve essere piena di momenti intensi. amore, non essere gelosa se quella mi guarda e quell’altra mi tocca, credimi, non ti lascerò mai, ti assicuro che non esiste al mondo una donna più ricca.

raggio di sole

sole, mi potresti rendere per favore un po’ più solare?
la tua luce ha colpito la luna, inerme, e da lì i suoi seni tra le ombre degli alberi, e da lì le mie pupille aperte a dismisura. mi hai fatto male, sole, verso le 3, e ancora ho negli occhi incise le cicatrici del tuo insensibile gioco a più sponde.
carambola nella testa un giro vorticoso di sfere più o meno pesanti.
sole, rendimi leggero, bruciami la pelle affinché più visibile sia il mio sorriso poco frequente. riscaldami col tuo sguardo insostenibile, infondimi la forza che sempre più spesso ignoro, cercando l’assenza di sforzo. fai un falò dei miei pensieri e pure delle percezioni, ché voglio essere come te. o come un tuo singolo raggio. semplice, lineare, previsto e prevedibile. magari un raggio diretto in mezzo al mare. ma anche se dovessi perdermi sulla faccia superiore di una nuvola, non avrei di che sgocciolare. anzi, sarei anche interessato a disperdermi per anni luce per la via lattea. son sicuro che non chiederei indicazioni per trovare la strada del ritorno, non ho mai saputo ancorarmi al passato.
sole, mostrami la direzione per 360 gradi di luce. spogliami di ogni ombra, rendimi un poco di pace.


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